Nel mese di luglio abbiamo avuto il piacere di intervistare l’atleta paraolimpico Moreno Pesce, che ci ha raccontato la sua spedizione in Islanda, effettuata nel mese di maggio 2024, che è culminata con la scalata del vulcano Hvannadalshnjúkur, la montagna più alta del Paese. Questa impresa è stata resa possibile anche in parte grazie al contributo di Overace, che ha finanziato l’acquisto dell’attrezzatura per il campo base e le guide locali per l’accompagnamento durante la salita.

Ecco il risultato dell’intervista!

Ciao Moreno, come stai? Presentati per chi non ti conosce ancora.

Ciao a tutti, io sono Moreno Pesce, sono veneto – come si può sentire dal mio accento ahah – e abito ad Auronzo di Cadore. Ho da sempre una grande passione per la montagna, che ho sempre vissuto a pieno. Sono una persona amputata: ad agosto 1997 ho avuto un incidente stradale e questo evento mi ha portato ad avere un’amputazione a metà femore della mia gamba sinistra. Ho una compagna, Antonella, e una figlia, Elisa, anche loro sportive, ma che si dedicano al pattinaggio.

Io sto bene, sto recuperando da alcune lacerazioni, causate dalla mia protesi, che mi sono venute la scorsa settimana (11 luglio) quando ho scalato il Breithorn (4165 m) sul massiccio del Monte Rosa e sono, dunque, costretto a stare fermo a riposo: fa parte del gioco, quando si vogliono raggiungere certi obiettivi occorre pagare dazio. Questa salita è stata molto importante perché per la prima volta ho visto all’opera il “dual ski”, uno strumento che ha permesso di poter accompagnare in vetta un disabile motorio con l’aiuto delle guide. Il dual ski era tirato da cinque persone e spinto da due e ha permesso a questo ragazzo di realizzare il suo sogno di raggiungere i 4000 metri. Inoltre, questo progetto faceva parte di una raccolta fondi, realizzata in collaborazione con Overace, che aveva lo scopo di finanziare l’acquisto di questa attrezzatura e formare le guide per poter gestire e utilizzare questi equipaggiamenti su ghiacciaio. Si è voluto dare un segnale di ripartenza in tutti i sensi: non a casa, infatti, abbiamo anche scelto di soggiornare a Cervinia, dopo l’alluvione che aveva colpito il paese alla fine di giugno.

Parlando del progetto dell’Islanda: com’è nata questa idea e come è stata strutturato il progetto?

Allora, a giugno 2023 sul Monte Rosa (durante la scalata a Capanna Margherita) ho parlato con Danilo Fornasieri e abbiamo pensato di provare ad andare oltre e conoscere un’altra realtà alpinistica come quella islandese. Abbiamo iniziato a organizzare il tutto a partire dallo scorso inverno in previsione di realizzare il tutto per maggio 2024. Abbiamo dovuto fare i conti con molte variabili, come i costi elevati del viaggio e soggiorno ma siamo riusciti a organizzare tutto. Per poter programmare meglio le tappe del viaggio, dovendo affrontare più di 2200 metri di dislivello, e poterci muovere in sicurezza sui ghiacciai islandesi, abbiamo inserito nel nostro team due persone che conoscono molto bene l’Islanda, oltre alla mia guida storica Lio e al videomaker Jacopo. Inoltre, per poter affrontare la salita nei tempi e ritmi giusti abbiamo deciso di allestire a metà salita un campo base, che fungesse anche da comfort zone in caso di maltempo o rinuncia, del cui montaggio se ne è occupato il team delle altre cinque persone che mi accompagnavano.

Le tappe della salita quali sono state?

La spedizione in totale è durata una settimana, di cui due giorni sono serviti per acclimatarsi e resettare la mente e il corpo, soprattutto per me che arrivavo da uno stop fisico da febbraio di due mesi in cui ho fatto fatica ad allenarmi, e gli altri giorni per la scalata. Arrivati in Islanda abbiamo noleggiato dei camper e questo ci ha permesso di abbattere i costi e, soprattutto, ha unito e rafforzato il nostro team prima della scalata, visto anche che non tutti si conoscevano. Siamo, quindi, partiti l’11 maggio e, appunto, nei primi due giorni ho fatto qualche camminata per acclimatamento. Durante i giorni della scalata siamo stati molto fortunati: era prevista una finestra di meteo bello di due giorni e, una volta superata quota 1100 metri abbiamo superato le nuvole e abbiamo trovato il sole al campo base. Abbiamo risposato qualche ora nella notte, anche se era tutto chiaro e praticamente non abbiamo dormito, e alle 3 del mattino siamo partiti per salire in vetta: dopo un lungo avvicinamento sul ghiacciaio pianeggiante, abbiamo attaccato la base del pendio sommitale e abbiamo raggiunto la vetta! Durante la discesa ci hanno, invece, raggiunto le nuvole e siamo ridiscesi alle tende. Durante la discesa sull’ultimo seracco del ghiacciaio, prima di raggiungere la morena, abbiamo inoltre avuto molte difficoltà nella progressione, a causa della neve molle che ci faceva sprofondare a ogni passo fino al ginocchio. L’ultimo giorno abbiamo smontato le tende e siamo scesi valle, con non poche difficoltà causate dal peso che avevamo sulla schiena.

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate?

Sicuramente quelle della fascia fra gli 800 e i 1100 metri, in cui la neve molle – tipo granatina, buona solo per il Prosecco ahah – ci faceva sprofondare e io ho faticato molto a scendere e a mantenere l’equilibrio. E se era faticosa per i normodotati, immaginatevi per noi che abbiamo questa criticità. Proprio per questo motivo ho pensato che in futuro si potrebbero studiare degli strumenti che possano supportarci in queste situazioni, come ad esempio il dual ski, che potrebbe essermi molto utile per poter affrontare le discese su neve molle, senza faticare.

Rispetto alle tue scalate sui ghiacciai nelle Alpi e su roccia nelle Dolomiti hai incontrato delle differenze di approccio o logistiche?

Questa era la prima volta che sperimentavo un campo base con delle tende, soprattutto in un ambiente così estremo e questa è stata una bella sfida da affrontare, che però non ci ha creato particolari problemi. La gestione della salita è stata completamente differente dalle mie Dolomiti e molto più simile alle scalate in ghiacciaio sulle Alpi Occidentali. Tuttavia, le problematiche e la logistica affrontata sono state pressoché le stesse già affrontate in passato.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai qualche scalata in programma nei prossimi mesi?

Allora il primo obiettivo è recuperare al 100% la mia guida Lio, che ha avuto alcuni problemi di salute. Avevo sicuramente il Mont Blanc du Tacul in scaletta da fare nelle prossime settimane, ma l’assenza della mia guida mi ha frenato. Io stesso devo recuperare dopo lo stop forzato di inizio anno. Inoltre, sicuramente nel mese di settembre vorrei fare la Ovest della Marmolada e infine ho in ballo le Torri del Vajolet in Val di Fassa. Nel 2025, invece, vorrei riuscire a scalare sul Monte Rosa alcuni dei 4000 principali: il Polluce, il Castore e la traversata dei Breithorn. Tutte queste attività saranno possibili anche grazie alla creazione di un fondo comune a partecipazione libera, che ci servirà per poter sostenere i costi di acquisto dell’attrezzatura e delle guide per accompagnarci. Anche l’uso del dual ski potrà essere molto utile per realizzare queste imprese.

Qual è, dunque, il bilancio finale della tua avventura in Islanda?

Per me è stato come rinascere una terza volta: ho vissuto emozioni incredibili a contatto con la natura incontaminata. Certe emozioni sono difficili da spiegare a chi non la ha provate, devono essere vissute, soprattutto con la giusta compagnia!

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